SULL’ALI DORATE, VA PENSIERO!
Ammirando Galerida cristata

Spesso, invece di essere un ornitologo della realta’, sono un ornitologo della fantasia.

Federico Fellini, in una interessante intervista, ebbe a confessare che ogni sera, prima di addormentarsi, aveva dei felici momenti di riordino delle idee, seguiti da un insieme di fantasticherie; vedeva, prima di prendere sonno, uno strano mondo che gli girava intorno: animali alati, mostri, castelli, fate, folletti, gnomi e tanti altri piacevoli giochi d’immagini irreali. Anche Harry Potter, ai giorni nostri, da’ un senso ai fantasmi della psiche, considera che non ci puo’ essere uomo completo e libero se non sogna di notte.

Tutti, forse, viviamo gli stessi momenti, in maniera diversa, fantasticando. Per le differenti visioni sara’ questione di materia cerebrale, c’e’ chi molto modestamente e semplicemente si limita appena a “contare le pecore”. E’ lo stesso mondo, intravisto appena, da chi non puo’ andare “oltre”.

Un ornitologo invece cosa vede?

Nel nostro mondo, si vede di tutto.

C’e’ l’allevatore di Arricciati Giganti, che sul davanti di una coppia di tutto prestigio, vede un filo pendere e tanti bigliettoni appesi in bella fila.

C’e’ l’ibridatore, che sogna (e spera) l’accoppiamento più difficile, (a Musile di Piave, in un ristorante per una pausa lavoro, una voliera ospitava una Gracula religiosa ed un Pappagallo). Il titolare, forse, aspirava (sta ancora tentando?) al titolo di Campione del Mondo!

C’e’ l’allevatore di difficili esotici che vede nidi di variopinti Colibri’ con tanti becchi aperti.

C’e’ infine l’allevatore di indigeni, che anche nelle notti più buie e tempestose, fra lampi, tuoni, fulmini e saette, vede dolci declivi assolati e colline verdeggianti come nei testi da eta’ scolare, con uccelli, alti in cielo e dal canto impareggiabile: le Allodole.

Nella cara, colta, vecchia, Europa e nell’animo europeo, rappresentano gli uccelli dal bel canto per eccellenza.

Sky lark (divertimento/scherzo del cielo) per gl’Inglesi che tanto le amano (se le sono portate perfino in Australia quando, per arrivarvi, si impegnavano settimane, via mare. Il poeta romantico inglese Percy Bysshe Shelley (1792-1822) ha scritto addirittura un intero, intenso poemetto sull’Allodola e William Shakespeare in Romeo e Giulietta la menziona come annunciante il sorgere del sole: “araldo del mattino”.

Les gentilles aluoettes dei nostri cugini francesi che hanno dedicato loro una allegra, goliardica canzone.

Tutti le conoscono e le apprezzano, molti ancora oggi, incredibilmente, le “gustano”.

Con questo nome si identificano un insieme di uccelli apparentati e apparentemente similari dai colori mimetici e insignificanti ma con delle peculiarita’ canore che le hanno rese famose e ottime come uccelli da gabbia e da voliera.

Al nutrito gruppo appartengono oltre le Allodole propriamente dette (Alauda arvensis) anche le Cappellacce (Galerida cristata), le Calandre (Melanocoripha calandra), le Calandrelle (Calandrella cinerea), le Calandrine (Calandrella rufescens), le Tottaville (Lullula arborea). A parte quest’ultime, mai avute ed allevate, tutte le altre sono presenti nella mia collezione. Motivi di spazio, pero’ non mi permettono di riprodurle tutte sistematicamente, cosi’ do’ preferenza riproduttiva alla specie che per cessioni, morti o diminuzioni varie si trova, in primavera, al di sotto del numero limite (due coppie) che va nuovamente incrementato e ripristinato. E cosi a rotazione.

Nelle fasi non riproduttive sostituiscono egregiamente le Quaglie nello strato basale delle voliere.

Mi riprometto di tornare sull’argomento per trattare specificatamente della Calandra e della Calandrella mentre dell’Allodola daro’ dei cenni operando brevi similitudini con la Cappelaccia che resta, in questo contesto, il tema principale.

Vorrei pertanto iniziare, fra le tante da me allevate e studiate, con la specie che mi ha incuriosito maggiormente gia’ dal nome, invece che amabile, dispregiativo: la Cappellaccia.

Il suffisso accia nella nostra lingua sta ad indicare qualcosa di pessimo. E’ tutto dire quando si dice: una giornataccia.

Per la Cappellaccia vale lo stesso discorso?

E’ un uccello ben proporzionato. Misura circa cm.17. Ha un tipico piumaggio da “allodola” con prevalenza di toni mimetici, tipici dei terreni aridi e brulli. Si riconosce subito dalla vera Allodola per la coda più corta, per il becco più robusto e per una piacevole cresta (erettile se l’uccello s’innervosisce) le cui penne decrescono in lunghezza dalle frontali alle nucali e che si nota anche in lontananza, sia a riposo (ripiegata sul capo) sia dispiegata ed eretta (verticalmente).

Anche le Allodole propriamente dette hanno un ciuffo di normali penne erettili sul capo ma la cresta della Cappellaccia e’ inconfondibile, anche a ragguardevole distanza.

In natura e in voliera.

Il mese di agosto le trova pigre e stantie ad involarsi. Non cantano, volano solo se disturbate, si notano poco. E’ il mese del ricambio del piumaggio. Anche i giovani in questo periodo mutano le penne, si riconosceranno comunque, dagli adulti, per un piumaggio complessivamente più chiaro. Non esiste dimorfismo sessuale evidente. I maschi pero’ in molti casi, sara’ facile (non tanto) riconoscerli dal becco più robusto e dalla testa, oltreche’ dalle dimensioni corporee maggiomente massicce. I giovani si presentano più minuti e una vecchia femmina puo’ facilmente essere scambiata per un giovane maschio. Se ci si ricorda che i giovani pero’ hanno un colorito più chiaro, diventa più semplice capire la differenza. Adorano i bagni di sabbia, specialmente in questo periodo. Finita la muta, i mesi successivi passano senza alcun problema: e’ un uccello rustico, resistente e di facile alimentazione. Nelle mie voliere, in alcune, sostituiscono le quaglie per la ricerca dei chicchi al suolo, che altri uccelli degli strati superiori consumano e lasciano cadere. Si nutrono anche di mais spezzettato, pane ammollato, mangime per pulcini e di piccole prede vive. Anche la comune lattuga spezzettata come anche altre comuni insalate risultano gradite. Alla fine di settembre hanno effettuato completamente il ricambio del piumaggio e sono pronte a trascorrere la stagione autunnale ed invernale nel migliore dei modi. In Sicilia sono uccelli stazionari, perennemente residenti e molto comuni. Appartengono al gruppo delle specie vincenti. Le cause di questa vittoria andrebbero ricercate nella colonizzazione (per adattamento) dei più disparati ambienti aperti, aridi e soleggiati, anche cittadini, quali periferie, ampi spazi di prossima aggressione cementizia, stadi, parchi a prato. Unica costante: deve essere presente un ambiente aperto che permetta un volo, con successivo atterraggio, di almeno un paio di centinaia di metri.

Ad ottobre e novembre si cominciano a sentire in canto.

Sia in natura come anche in voliera nei mesi freddi diventano insofferenti e litigiosi, la vicinanza dei consimili li infastidisce; si rincorrono ripetutamente, specialmente i maschi nei confronti delle femmine. In ampia voliera ripetono gli inseguimenti in volo, a canto spiegato, molto simili a quelli che si vedono in natura e una volta atterrati l’inseguimento continua di pedina fino a stancarsi per poi ricominciare.

La formazione della coppia avviene da dicembre in poi, anche se e’ ai primi di aprile che l’allevatore se ne accorge, non tanto per effusioni e affetti (inesistenti) quanto per la riduzione dei voli d’inseguimento fino al loro completo esaurimento. Nonostante il canto spiegato dei maschi, solo in maggio (in natura come anche in voliera) si vedono i primi nidi.

In natura la nidificazione avviene a terra. Il nido viene allocato in una leggera depressione del terreno, al riparo di un ciuffo d’erba, di un piccolo masso, di uno scalino naturale, anche nelle vicinanze dell’uomo. Molti nidi vanno in malora calpestati dalle vacche al pascolo, dai cavalli bradi, dai serpenti, da predatori vari. Si presentano fortemente mimetizzati. In un caso, dovendo rivisitare un nido precedentemente visto, ho impegnato parecchio tempo, non riuscendolo a vedere, pur avendolo proprio sotto gli occhi, e quasi stavo per desistere abbandonando la ricerca pensando che fosse stato predato, quando proprio me lo ritrovai sotto gli occhi mimetizzato cosi bene ed a bella vista, ma con cromie tanto perfette e simili al suolo, che era davvero difficile da individuare.

In voliera e’ un problema assortire la coppia per la totale mancanza di dimorfismo sessuale. E’ il canto che facilita il sessaggio. Anche la femmina canta ma e’ solo il maschio ad essere continuo e ripetitivo nel semplice ma piacevolo motivo canoro. Cantano tutto l’anno. Nel periodo della muta si sentono meno. La Cappellaccia non avvisa mai quando e’ in procinto di nidificare. Ci si accorge solo all’improvviso del nido gia’ completo a terra. Viene sistemato alla base di un tronco, in un angolo della voliera, accanto ad un grosso sasso, sempre comunque distante dalla superficie di calpestio. L’allevatore non fa fatica a capire che si tratta del nido della Cappellaccia. Le dimensioni e l’ubicazione prima, le uova dopo, sono chiari segni diagnostici.

Le uova vengono deposte giornalmente, di mattino, e la covata si completa con tre, quattro uova. La femmina non si fa mai trovare sul nido, toccando le uova, calde, si capisce che si e’ alzata da poco, all’avvicinarsi dell’allevatore.

L’incubazione dura circa 13-14 gg (non ho ancora annotato con certezza il tempo di cova) ed e’ portata a termine dalla sola femmina. Alla nascita i piccoli si presentano totalmente neri di pelle (come i Gola tagliata), con grosse protuberanze oculari, con macchie nere sulla lingua e ricoperti di un folto piumino avana-beige. La richiesta del cibo viene fatta con un caratteristico tremolio del becco aperto. Il cibo immessovi, viene deglutito a bocca aperta e con un semplice lieve movimento della lingua; scende come se stesse scivolando o tirato da sottili fili, delicatamente. Non si vedono quei voraci movimenti, di presa del cibo e successiva pronta ingestione, carattestici ad esempio presso i Passeri o gli Storni. Hanno un altro stile.

Abbandonano il nido a circa nove giorni, senza coda e incapaci di volare, hanno pero’ (in proporzione) gambe lunghe fatte proprio per correre e fermarsi di colpo, acquattati. Le prime notti ritornano al nido. Dopo non più.

Il piumaggio da nido, sbocciando, inizialmente sembra dorato, per il bordino chiaro che ogni piuma possiede.

Ho potuto constatare che soffrono il freddo ma non il caldo. Alle prime uscite dal nido, nei movimenti, sembrano più Quaglie che Cappellacce, ed in comune con le piccole Quaglie hanno la paralisi da freddo. Si riprendono (da quasi morte e inanimate) se rimessi al caldo. Ho anche potuto osservare che il sole battente e diretto (giugno/luglio) le lascia indifferenti (altre specie morirebbero).

L’allevamento dei piccoli, per le prime due settimane, e’ totalmente a base d’insetti e di larve. Sara’ quindi necessario alla nascita o anche prima assecondare la coppia con abbondante cibo vivo. Vanno anellati con anello “B” mm. 2.9. Questo tipo di anello pero’ deve essere inserito non più’ tardi del 4’ giorno. I piccoli di Cappellaccia hanno un “polso” grosso e l’anello stenta ad entrare. Una volta entrato scorre bene. Ritardando anche di una sola mezza giornata, sara’ necessario anellarli con anello “C”.

A sette/nove giorni conviene togliere i piccoli e procedere all’allevamento a mano che non presenta alcun problema. In tal modo si possono anche ottenere fino a quattro o anche cinque covate in special modo se qualche deposizione e’ per i più disparati motivi perduta e subito ripristinata.

A tutt’oggi, per la Cappellaccia, non si sono avute (o non ne sono a conoscenza) mutazioni di piumaggio, a differenza dell’Allodola, che ha fatto vedere gia’ una piacevole, intensa, tonalita’ di bruno. Un mio amico, Alfio Fiorello, residente in Olanda, possiede in seconda generazione, la nuova mutazione di origini siciliane, dubito pero’ che continui a prestare interesse alla volgare Allodola, preso com’e’ dalle affascinanti nuove mutazioni dei pregiati Cardellini che lo hanno tanto inorgoglito a Reggio Emilia.

Volgari o nobili, le Cappellacce, come le Allodole non hanno bisogno di grandi estimatori, vogliono soltanto che qualche altro appassionato possa dare ulteriori contributi, allo studio, all’osservazione, alla riproduzione in cattivita’. Esse hanno sempre colpito l’immaginazione dell’uomo specialmente per il meraviglioso canto nuziale dei maschi a primavera: si alzano in canto e si librano sempre più su’, ancora cantando, fino a scomparire in alto, nel cielo, con solo il canto che continua a sentirsi, sempre più affievolito, dopo niente, ne’ alla vista, ne’ all’udito. Solo il pensiero resta fisso e accompagna, con la mente, quelle ali che altissime continuano a librarsi ormai invisibili.

La Cappellaccia non arriva a tanto, non vola cosi’ in alto, resta più vicina alle “bassezze terrene”; il dispregiativo a questo punto, le sta proprio bene, le si adatta.


Sebastiano Paterno’
Licenziato Novembre 2001 con n.5 foto.